Voce Amerindia

Ambiente

News 12/01/2020

Australia: governo o un gruppo di neoliberisti senza scrupoli?

https://blogdacidadania.com.br/2020/01/lula-desmente-outra-fake-news-bolsonarista-nas-redes/

Bravo Lula: eccellente risposta. Le bugie hanno le gambe corte.

Nel liberismo un velato e violento totalitarismo.

Campagna contro la candidatura di Sergio Moro al Supremo Tribunal Federal nel 2020. E’ un scandalo evidente: la negoziazione tra la condanna di Lula e la vittoria di Bolsonaro che premia Sergio Moro alla più alta carica giudiziaria dello stato.

Ponte da Amizade – Sentido Brasil – Live

Ponte da Amizade: un sigillo di armonia e pace tra lo stato del Paranà (Brasile) ed il Paraguay.

Benvenuti in Paraguay, la terra dei Guarany
https://blogdacidadania.com.br/2020/01/pt-vai-a-justica-contra-fake-news-de-doria/

Finalmente hanno capito l’importanza di smascherare le persone o i gruppi che usano i mezzi in modo scorretto, che attraverso l’odio, l’infamia e le bugie colpiscono e distruggono le persone, come è successo con Lula in Brasile.

https://blogdacidadania.com.br/2020/01/65-nao-sabem-o-que-foi-o-ai-5-diz-pesquisa/

Solo un popolo di ignoranti ha un governo autoritario, ed in Brasile come anche in Italia abbiamo dimenticato il passato.

L’AMAZZONIA, TRA SACRALITA’ E IGNORANZA

Il disboscamento della foresta amazzonica è un incosciente delirio frutto dell’ignorante follia dell’uomo.
Già negli anni 70-80, gli esperti hanno dimostrato che il disboscamento dell’Amazzonia innesca un processo di degrado tale da colpire l’intero l’ecosistema.
La foresta amazzonica ha un suolo argilloso e improduttivo, e potrebbe causare un’incalcolabile ripercussione sull’intero piano economico del Brasile: difatti le ampie arie disboscate si trasformano in un desolato deserto.
Il suolo, privato dalla sua biodiversità, che lo mantiene rigoglioso e vivo, perdendo il suo alimento principale muore, e con la morte dell’Amazzonia, polmone verde dell’umanità, si accelera il processo di autodistruzione di tutta l’umanità.

IL DELFINO ROSA

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Boto, il delfino rosa, vive nelle acque del Rio delle Amazzoni.
Per le comunità india Boto è il simbolo dell’amore, ma ciò non è stato sufficiente a frenare la distruzione convulsiva dell’ego umano; oggi Boto, come tutte le comunità amerindia, rischia l’estinzione a causa della costruzione delle dighe che deviano i corsi d’acqua allagando interi villaggi: queste dighe servono ad alimentare le centrali elettriche delle industrie di allevamenti intensivi: le stesse che inquinano le acque, fonte di vita per tutte le creature che vivono nel e lungo il fiume
delle Amazzoni.

L’INCONTRO

lincontro

Era notte, l’autobus correva veloce, sembrava un’astronave che volava e si introduceva sempre più nelle viscere della montagna di rifiuti che ricopriva ogni piccolo pezzo di terra.
Avvolta nella tristezza per ciò che vedevo, mi sentivo sprofondare nel fango che sommergeva l’umanità impotente.
L’autobus attraversò quel tunnel di rifiuti, e pochi metri dopo si fermò dove sembrava esserci la stazione di un piccolo villaggio coperto dalla nebbia: erano gli effluvi sprigionati dalle montagne di rifiuti prodotti dalle grandi città e poi buttati nelle povere comunità di donne sole, prigioniere dell’ipocrita perbenismo della società.
Notai che un gruppo di turisti viaggiava con me sullo stesso autobus, ma appena giunti alla stazione prendemmo strade diverse: loro andavano all’oasi confortevole, costruita apposta per chi considera la povertà solo un’attrazione turistica. La voce squillante della guida rompeva il silenzio della gente umile, piegata su sè stessa, che lavorava.
Sentìi il mio corpo accarezzato da una luce calda, guardai verso il sole, i suoi raggi danzavano nello splendore mente scioglieva la nebbia che contaminava la povera gente del villaggio.
Grida e risate: erano i turisti scesi dall’autobus che trovavano divertente la fatica delle donne costrette a vestirsi da uomo per non essere molestate. Un nodo mi strinse il cuore e pensai: è dolorosa l’indifferenza di coloro che non hanno mai sofferto l’ingiustizia!
Nel villaggio la maggioranza degli abitanti erano donne: gli uomini erano stati uccisi da altri uomini, che avevano risparmiato solo i vecchi, le donne e le bambine, diventate un’attrazione per un fiorente turismo sessuale, l’unico contatto umano che le donne del villaggio avevano con tutti quelli che venivano dalle città.
Le donne erano prigioniere di una cultura maschile degenerata, schiave del sesso nel mercato che si espandeva senza ritegno né pietà.
Ero impotente, camminavo a passo sentendo sulle spalle tutta la sofferenza inflitta all’umanità: ero in una piccola via di terra battuta, lungo la quale si vedevano delle piccole porte: erano le povere case, sembravano grotte, dove le donne si radunavano la sera in gruppi, per meglio difendersi nel caso che qualche turista ubriaco decidesse di tentare di usargli violenza. Mentre camminavo distratta, riflettevo su quelle donne sole, tenute in scacco dalla miseria umana che si annida nell’anima della maggioranza degli uomini. Senza accorgermene ero arrivata su una ripida salita che costeggiava l’unica montagna vera, ancora incontaminata dall’inquinamento e dai rifiuti, che i turisti si portavano nel cuore.
Senza fatica, come se un’energia mi stesse spingendo in avanti, raggiunsi la vetta, e da lassù, come per magia, ho potuto osservare il villaggio com’era prima, un’oasi di pace dove regnava l’armonia tra le anime e gli animali: era sublime!
Restai allibita dai colori che si riflettevano in ogni cosa, così vibranti da trasformarsi in note musicali che disperdevano per l’aria un inno celestiale.
Mi fermai sul ciglio del burrone, avvolta da un alone di beatitudine, e mentre la brezza leggera mi spingeva oltre, come un’aquila spiccai il volo e mi andai a posare sul ramo di una sequoia.
Seduta sul ramo, accanto c’era una donna curva, sembrava dormire. La riconobbi subito: era la stessa che avevo visto un giorno, all’alba, mentre con i miei genitori attraversavo un bosco. Lei apparve in un raggio folgorante di luce che illuminò tutto intorno, e da allora – avevo appena compiuto sette anni – la cercavo, affinchè mi spiegasse su quale sentiero dovevo camminare.
Come se ascoltasse i miei pensieri si girò verso di me, e con voce soave disse: “Da anni sono qui che ti aspetto. Ti vedevo barcollare tra il buio e le sofferenze, ma non potevo intervenire: era il tuo percorso e solo tu potevi trovare la chiave che potesse darti la risposta. Ora posso dirti che sei pronta per le sfide che dovrai affrontare nel mondo.”
Detto questo, la vidi sparire piano nella luce del sole, diventando essa stessa un raggio di sole!
Cadde il silenzio. Riuscivo ad ascoltare solo l’echeggiare della fonte, la nenia del vento e il respiro dell’universo che si fondeva con il mio, mentre scedevo adagio per raggiungere il villaggio triste: ma era scomparso, come gli effluvi e le montagne di rifiuti. Solo allora capìi di essere in un’altra dimensione, in una città illuminata da luce mistica e calda, dove il silenzio sconfina oltre la quiete, dove le anime si muovono come il vento e si comunica solo attraverso la forza del pensiero.
Ero felice, mi sentivo leggera, in pace.
All’improvviso precipitai nell’assordante caos della materia, tra relitti umani, rumori e aria inquinata sulla terra asfissiata.

LA BREZZA E LA GUERRA

il soldato

In una bella e luminosa mattina di primavera, un giglio cresciuto sotto una sequoia vide per la prima volta una libellula!
Rimase colpito da quella strana cosa fragile, che con ali tremolanti volava silenziosa; curioso il giglio domandò: “Chi sei, una pianta o un uccello?”
Sconvolta dalla domanda, rispose la libellula: “Ma no sciocchino! Sono un insetto.”
Il giglio ci rimase male, tuttavia gli chiese: “Cosa fai tutto il giorno?”
“Volo” rispose la libellula, “vado in cerca di un ruscello per rinfrescarmi.”
Nel mentre che discorrevano passò la brezza, e chiese “Cosa fatte li a pontificare, non andate in assemblea? Dobbiamo decidere chi mandare in trincea.”
“Trincea? E cos’è?” chiesero all’unisono.
“In trincea si fa la guerra!”
Ma il giglio, candido com’era rivolto alla bellezza dell’universo, come pure la libellula, che danzava sul riecheggiare delle acque del ruscello, non sapevano proprio cosa si potesse fare in una trincea, cosi la brezza, sconsolata per tanto candore, volò oltre e lasciò il giglio e la libellula che sognavano ancora nel loro idillio d’amore.
La brezza volava in cerca di qualche animale che fosse disposto a fare il soldato, ma tutti nel sentire una parola che conoscevano bene e che li terrorizzava scappavano, e la brezza desolata non capiva questo loro atteggiamento appena sentivano la parola “uccidere”!
Cosi, volando sovrapensiero, raggiunse il ruscello e si fermò per godersi il refrigerio, ma nel mentre che sfiorava l’acqua quieta un pesce saltò fuori dai fondali e ammonì la brezza: ”Non entrare, l’acqua è inquinata”.
La brezza spaventata si fermò di colpo nell’aria, ma curiosa volle sapere la storia.
Il pesce raccontò delle acque dei fiumi inquinati e del mare di plastica, e dei pesci morti, avvelenati dal petrolio; la brezza fu colpita al cuore da questa storia, cosi salutò il pesce, che si rituffò nell’acqua avvelenata per andare a nascondersi sotto
il fango dei fondali; la brezza stava per andare ma poco distante sentì un cinguettio, si avvicinò e vide un passero ferito.
La brezza chiese: “Passero perché non voli?” “Sono ferito, quasi morto!”
Inorridita per tutte le tragedie intorno, se ne andò, ma era molto triste e così decise di andare a rifugiarsi dalle ingiustizie umane sulla montagna.
Era là sul monte che assaporava il silenzio senza dolore quando le passò accanto come un fulmine un agnello, che nella fuga sfidava ogni pericolo; la brezza lo rimproverò dicendo “Vai adagio, potresti cadere e romperti l’osso del collo”, ma
l’agnello senza fermarsi rispose alla brezza: “Scappo dall’uomo che se mi prende mi sgozza senza pietà”.
La brezza gli chiese, “Ma per quale motivo?”
L’agnello risponde con umile saggezza: “Dicono che il loro dio pretende la mia morte per togliere i peccati dell’umanità!”
e proseguì “Cosi ogni anno c’è la strage degli agnelli, mentre l’umano è più malvagio di prima.”
“Quanta menzogna e quanta violenza camuffata d’amore!” commentò la brezza.
A questo punto, avendo capito che la violenza e la guerra tra gli umani è dappertutto, ritornò sulla spiaggia.
Il sole si nascondeva mentre calava il tramonto, la tartaruga usciva dalle acque e si dirigeva sulle dune di sabbia. La brezza restò a guardare, era troppo stanca per domandare cosa facesse sulla spiaggia la tartaruga, e poi aveva già visto troppe ingiustizie e si era molto rattristata, cosi voleva solo un poco di pace.
Tuttavia ella restò ad osservare la tartaruga che dopo aver cavato una buca sulla sabbia depose una marea di uova, poi le ricoprì con la sabbia e se ne ritornò nel mare, e allontanandosi dalla spiaggia si coricò sull’onda e oscillando beata si faceva trasportare in alto mare. La brezza sospirò beata: almeno la tartaruga era felice.
All’improvviso però vide qualcosa che dal cielo scendeva in picchiata: era la colomba della pace, era ferita e aveva fame e sete, cosi si mise a bere l’acqua salmastra. Stupita chiese: “Ma tu bevi l’acqua salata?”
La colomba rispose: “Per carità no!”
“E allora?” replicò la brezza.
“Da anni purtroppo sono incatenata in uno di quei schifosi e meschini giochi umani, che mi hanno scelta come simbolo di pace: cosi nel nome mio fanno la guerra, per espandere il loro ego sulla terra.”
“Che brutta storia”, disse la brezza, e la colomba tristemente annui.
Si salutarono, e la brezza volò via, e mentre rifletteva sul tutto il male che aveva visto in un solo giorno decise di non fermarsi più, e da quel momento la brezza è sempre al lavoro ovunque sulla Terra, veloce tra le case e sfuggente per le vie accarezza i volti della gente, mentre continua il suo pellegrinaggio sfuggendo da ogni luogo ove c’è guerra, ingiustizia, violenza. Per questo la brezza è sempre in movimento!