Voce Amerindia

L’INCUBO DELL’ABBANDONO

incubo abbandono

Il racconto di oggi parla di un tema attuale e doloroso per colui che lo subisce, che sia un animale da compagnia, un bambino, un anziano, uno straniero: in ogni caso è una violenza verso un essere fragile e impotente, per questo ho deciso di affiancare alla violenza sulle donne anche altre forme di violenza, che vengono eseguite dietro ad un velo sottile di legalità, per renderci nemici l’uno all’altro, e così divisi, più contenibili e sottomessi.

Solerte passeggiavo per la strada di campagna, quando all’improvviso, da dietro un cespuglio, sentìi un triste lamento.
Incuriosita mi avvicinai, e sotto il cespuglio vidi quello che rimaneva di un cane ferito, che guaiva.
“Cane”, dissi, “quel tormento ti ferisce così tanto?”
Poi gli chiesi: “Cosa posso fare per te?”
“Cara signora”, rispose il cane, “E’ impossibile che qualcuno possa lenire il mio tormento nel vivere la peggiore delle pene, quella dell’abbandono.”
Allora replicai: “Povero caro! Raccontami il tuo dilemma.”
Un poco restìo, il cane uscì dal suo nascondiglio, e prima circospetto, mi si girò intorno, per assicurarsi che non ci fossero odori malvagi, tipici di certe persone. Poi scondinzolando si fermò vicino, mentre si scrollava di dosso lo stress della paura. Aveva capito che di me poteva fidarsi, e così cominciò a raccontarmi la sua storia…

Ero ancora piccolo quando, una mattina, una giovane coppia venne a prendermi. Fu traumatico lasciare la mamma: il suo morbido pelo, ove spesso mi rifugiavo, il suo latte caldo, mi mancava molto tuttavia mi affezionai ai miei nuovi genitori, sentìi da subito che li avrei amati e non li avrei mai abbandonati, neppure nei momenti di nostalgia della mia prima madre.
Mi ambientai nella nuova casa, e ogni giorno che passava era una gioia infinita!
La mattina li svegliavo, accarezzandoli con il mio piccolo muso che piano piano crebbe fino a diventare un musone; continuavo a svegliarli ogni mattina sfregandoglielo sul viso: prima ad uno, poi giravo intorno al letto per andare a baciare anche l’altro.
Lei si alzava per prima, e andava subito in cucina a preparare la colazione, mentre lui prendeva il guinzaglio e sussurrava: “Andiamo bello!”
Volavo dalla felicità al suono di quelle magiche parole, tra noi maschi era nata una complicità incommensurabile, eravamo legati e condividevamo ogni giorno le passeggiate sotto casa, in un piccolo fazzoletto di verde che era diventata la nostra palestra, dove sgranchirsi le gambe. Là ho conosciuto molti altri amici, con cui giocavamo a rincorrerci come matti.
Molte volte, quando scendevamo, loro erano già là che giocavano: impaziente, non vedevo l’ora che il mio amico umano mi togliesse il guinzaglio. Correvo a giocare, a fare i miei bisogni e poi di nuovo a giocare, mentre il mio tutore raccoglieva tutto per gettarlo nei bidoni della spazzatura.
E’ bello mantenere pulito il nostro spazio, mi piacciono i giardinetti puliti, e così anche la città rimane pulita, senza puzza, e nessuno ci maledice ogni volta che sul marciapiede schiaccia la popò di un cane.
Dopo aver corso e giocato per tutto il tempo, tornavamo a casa.
Là mi aspettava una bella ciotola di cibo, e mentre mi deliziavo, tuffandomi tra ghiotti pezzi di carne, sentivo sbattere la porta: silenzio! Ero rimasto solo nell’appartamento. Restavo paziente e buono, e per passare il tempo sonnecchiavo per tutto il giorno, ma quando arrivava il momento del loro rientro ero già pronto ad attenderli dietro la porta, e appena si apriva erano salti di gioia e leccate a non finire, e così esprimevo la mia gratitudine.
Lui posava le sue cose, prendeva il guinzaglio e mi sussurrava la magica frase: “Andiamo bello!”
Volavo ancora e la felicità si innalzava a mille, al suono di quelle semplici parole!
Andavamo nel parco sotto casa, i miei amici erano già là, tutti insieme giocavamo a rincorrerci all’aria aperta, mentre i nostri tutori, che erano diventati amici, parlavano commentando la giornata di lavoro appena trascorsa, oppure discutevano di calcio, ma appena sentivo il fischio capivo subito: era ora di rientrare!
Gli andavao incontro ed insieme facevamo ritorno a casa.
La ciotola era là, già pronta, mi ci ficcavo dentro e ne mangiavo fino all’ultimo pezzettino, poi mi sdraiavo sul divano nel salone e dopo un poco anche loro venivano a sedersi per guardare la tv, ma ero molto stanco della giornata così me ne andavo a letto e mi coricavo nella mia cuccetta.
“Sono il cane più felice e fortunato del mon…”
Ma non finivo la frase che già dormivo!
Un pomeriggio accadde un fatto strano. Il mio tutore prese il guinzaglio, mi vestì per uscire e notai che la prima volta non aveva pronunciato la magica frase.
Ci rimasi male, però pensai “forse ha dei brutti pensieri, oppure il caldo lo rende nervoso, può succedere.” Sotto il sole cocente salimmo in automobile e partimmo.
Capìi che qualcosa non quadrava, ma di lui mi fidavo, e anche se assalito dal dubbio pensavo fra me e me “forse andiamo in cerca di un posto più fresco e più bello.”
Che strano però!
Uscimmo dalla città e prendemmo l’autostrada: le macchine sfrecciavano veloci e il caldo scioglieva l’asfalto.
L’incoscienza colmava il mio cuore di felicità, così che pensavo: “che fortuna avere un tutore che ha la macchina con l’aria condizionata!”
L’auto correva, sembrava che il mio padrone avesse un appuntamento importante, e così, vedendolo pensieroso, gli diedi una leccatina all’orecchio, e lui gradì il mio gesto: “ci vogliamo troppo bene e insieme siamo felici!”, pensai.
Dopo aver percorso molti chilometri ci fermammo sul ciglio della strada: non c’era nulla, solo sterpaglie secche e macchine che sfrecciavano veloci. Ero terrorizzato, avevo perfino paura di guardare la strada!
Dopo un pò il mio tutore scese ed aprì la portiera della macchina per farmi scendere. Notai che, nonostante il luogo fosse pericoloso, lui mi lasciava senza guinzaglio, tuttavi ami sentivo sicuro: scesi dalla macchina e mi allontanai un poco alla ricerca di un luogo tranquillo dove fare i miei bisogni, mentre riflettevo su quanto fosse bravo il mio tutore che si era perfino ricordato di farmi fare la pipì: era ammirevole!
Lo guardai mentre lui saliva in macchina, non mi preoccupai, pensai che stesse cercando il fresco, fuori faceva molto caldo.
All’improvviso in fondo al mio cuore qualcosa cominciò a prudermi: sentìi un assordante rombo di motore, una sgommata, restai paralizzato a guardare la macchina che si allontanava: “E’ uno scherzo?” pensai, “fra poco tornerà a riprendermi!”
Così mi adagiai sotto un cespuglio, e smarrito aspettai: un giorno, una notte, un altro giorno e un altro ancora, finchè, piano piano, mi trascinai fin qua, vinto dalla fame, dalla stanchezza e dal dolore dell’abbandono!

“Dunque, cara signora, ecco la causa delle mie pene: tradito per aver troppo amato, mentre l’infame mi ripaga con l’abbandono! Oggi ancora brucia nella memoria codesta meschina storia, mentre nel mio cuore un’enorme ferita sanguina ancora. Ma io aspetto, so che un giorno lo rivedrò, per guardarlo negli occhi un secondo soltanto, il tempo di chiedergli: perchè?”

In quell’istante però, un magico suono riempì la stanza: “Andiamo bello!”
“Che bel risveglio, e che fortuna!” pensò il cane, “era solo un sogno, anzi, un incubo!”

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