Voce Amerindia

Racconti

Il Vecchio Cervo

Una mano mi accarezzò i capelli: era mia madre. Mi guardava con quello sguardo profondo,
un misto tra sofferenza e perdono. Era uno di quei pomeriggi, in Vila Gandhi, in cui avevo
assistito all’uccisione di un povero contadino natio. Giaceva a terra insanguinato, un filo di sangue usciva dal suo cuore: con le mani strette al petto, con lo sguardo assente mi implorava!

Da allora capii che la violenza è più atroce se fatta ad un nostro simile, in quanto non si è in grado di capire quando è grande il suo dolore.

Solo mia madre mi capiva in questi momenti, gli altri mi vedevano scorbutica, assente. Per fuggire da tutto questo mi rifugiavo nel pensiero, che però mi passava davanti agli occhi la pellicola di un film d’orrore e violenze senza motivo, compiute per ammazzare la noia o per divertimento. Per i bianchi i nativi erano selvaggi e non erano identificabili, all’anagrafe non c’erano permessi nè carte d’identità, dunque non esistevamo.

Ogni giorno mi svegliavo, mi guardavo intorno e mi domandavo: cosa succederà oggi?

In quell’aria surreale l’odore di morte si confondeva con l’odore del caffè, sotto deboli
raggi di sole che a stento riscaldavano il mio cuore. L’unico motivo di vita erano gli ultimi alberi – finché non fossero stati abbattuti. Tra gli alberi vivevano molti animali, e tra questi un vecchio e misterioso cervo.
Forse lo vedevo solo io nelle mie fantasie da bambina, con quell’intensa voglia di partire.

Osservavo il vecchio cervo che circospetto scendeva nelle pianure, ove giaceva
sotto il sole Vila Gandhi. Il cervo si guardava intorno, poi adagio usciva dalla foresta
e si dirigeva sicuro verso le pareti rocciose coperte dai primi cespugli fioriti dall’arrivo della primavera. Lo spettacolo si arricchiva dalla comparse di un gruppo di cerbiatte, ciascuna con il suo cucciolo appresso: si mettevano in fila dietro il capo e saggio cervo.
Il cervo camminava con passi ovattati, ma prima chinò il capo per rispondere al
saluto del sole mentre sbatteva le zampe anteriori per terra; poi indifferente si introdusse nel fitto bosco, che ricopre la montagna sacra come un enorme tappeto di vellutato verde.

È mattino, l’aria è fresca, la natura emana suo respiro di pace. Il vecchio
cervo respira il profumo non violento, che viene sprigionato dalla natura nell’alba
del giorno per morire ad ogni tramonto, nel silente mondo ove bracconieri e assassini
si credono vivi ma sono anime già morte.

Il cervo si veste con il manto regale che gli appartiene: egli è il figlio della montagna sacra, ove si arrampica per sorvegliare la vallata e dare il segnale quando vede arrivare i nemici, capta nell’aria l’odore di morte e sente che si avvicina il pericolo e cosi continua sul sentiero interiore, dove dimora l’amore e la pace, lontano dalla malvagità umana.

Intorno a mezzogiorno il cervo raduna le cerbiatte e i loro cuccioli e comincia la strada del ritorno. Scende dalla montagna e con il suo scalpitio avvisa gli altri animali affinché non si trovino sotto i suoi zoccoli, e loro felici corrono a salutarlo. Sotto un cespuglio vicino un serpente scivola fuori per stiracchiarsi sotto il sole, mentre un’allodola appollaiata su un albero vicino fugge spaventata: non si fida del serpente, che forse finge di dormire beato mentre però scruta la preda.
Il sole è già molto caldo, tuttavia incurante il vecchio cervo prosegue, le mamme cerbiatte e i cuccioli rimangono al passo dietro il grande cervo che cammina fiero a capo della fila; riprendono il cammino interrotto la sera prima quando scende il buio e gli uomini vanno in giro.
Lungo la discesa le cerbiatte con i piccoli brucano l’erba condita con la rugiada fresca, l’eterno cibo degli animali nella perenne fuga da cacciatori e bracconieri.
Ogni sera salgono sulla montagna per riprendere le energie spese durante il giorno in cerca di un luogo ove nascondersi dagli uomini, tuttavia ogni giorno scendono a valle scivolando per il costone della montagna.

Nel silenzio della quiete totale all’improvviso l’atmosfera cambia: il vecchio cervo in prima fila alza la testa di scatto, sbuffa, le cerbiatte capiscono subito il pericolo e nell’aria si spande il terrore!
Si odono colpi di fucile, l’uomo si avvicina, il cervo sente l’odore del cacciatori fuso
con l’odore di morte.

Il vecchio cervo è preoccupato ma non demorde: raduna il gruppo di cerbiatte con i cuccioli e partono alla svelta, corrono veloci ma purtroppo le mamme rimangono indietro per proteggere i cuccioli, che ancora deboli non riescono a mantenere il ritmo della lunga e veloce cavalcata. Il vecchio cervo prosegue la sua corsa verso la vita in lotta contro l’ingiusta morte. Corre a perdifiato come se librasse nell’aria, sembra quasi che voli inseguito da quella nota che si è staccata dalla melodia per trasformarsi nella nenia di morte!

Nell’aria si ode ancora la triste melodia mentre il vecchio cervo continua a fuggire: conosce bene quella nenia, l’ha sentita molte volte e rifiuta di sentirla ancora, tuttavia ne percepisce il pericolo e la nefasta fine, dunque corre per sfuggire al crudele destino: nulla può contro le pallottole dei cacciatori ma non demorde e reagisce ancora, gioca l’ultima carta allorquando sembra oramai spacciato.

Il cervo è braccato: davanti a lui le ripide pareti rocciose che sostengono la montagna, dietro lunghi tubi che sputano fuoco ad ogni assordante rumore. Paralizzato dal terrore il cervo vede una luce terribile negli occhi freddi del tubo che sputa fuoco, due lacrime cadono a terra, il vecchio cervo vede la sua fine.

All’improvviso però con fulminea rapidità il cervo riprende la voglia di vivere mentre la vita lo sta lasciando! Sostenuto dal vento che lo spinge sempre più lontano dal pericolo il cervo, con un incredibile salto, si arrampica sulle pareti rocciose della montagna e raggiunge la cima. Mentre sfiancato accarezza la piana è orgoglioso di se e assapora l’ennesima vittoria!

L’erba verde e fresca annebbia il suo pensiero: il cervo è salvo. Dopo un attimo, però, la felicità che lo travolge svanisce.
Si guarda intorno: silenzio!

Il vecchio saggio è solo, da lontano arrivano gli echi della strage infinita, l’ennesimo atto dei cacciatori contro gli animali! Malinconico il vecchio cervo si accascia sull’erba fresca sotto una grande quercia. Capisce d’essere ferito nell’anima e l’unico rimedio per lenire il dolore è il sonno; cosi catturato da sublimi pensieri si addormenta e sogna!

Vede i suoi cuccioli che scappano nel bosco, inseguiti dai cacciatori, ma questa volta però entrambi sono felici a rincorrersi tra gli alberi: i cuccioli dei cacciatori insieme ai piccoli cerbiatti sono amici e nel bosco incantato giocano!